Vangelo della Lavanda dei Piedi (Gv 13, 1-15): un racconto a più voci

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Vangelo lavanda dei piedi

A partire dalla lettura del brano del Vangelo della lavanda dei piedi, Giovanni 13, 1-15, osserviamo le persone presenti nella scena, i loro gesti, le loro parole o cerchiamo di interpretare il loro silenzio.

Lavanda dei piedi Gv 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Siamo arrivati alla conclusione di questo percorso di scrittura e condivisione. Avete a disposizione un testo che racconta, dal punto di vista dell’oste, quello che è successo quella sera.

All’interno del racconto ognuno potrà inserire le diverse voci già pubblicate. Considerato che alcune voci, il Catino dell’acqua, Giuda, Pietro, sono stati raccontati più volte, ognuno potrà scegliere quelle che maggiormente lo accompagnano e aiutano nella meditazione o nella preghiera.

Il racconto della lavanda dei piedi

Sono venuti in due, uno non ha mai parlato. Ascoltava. L’altro mi ha detto che il loro Maestro aveva detto loro di venire da me e di dirmi queste precise parole:
“Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”

Gli ho chiesto chi fosse il loro Maestro. Gesù il nazareno, mi ha risposto. Io non l’avevo mai conosciuto, ne avevo sentito parlare, come tutti del resto. Non era uno che passasse inosservato. Su di lui se ne dicevano tante. Non so perché avesse scelto me, ma non me ne sono preoccupato. 
Gli ho preparato le stanza al piano superiore che riservo a quelli che hanno bisogno di intimità.

Abbiamo pattuito un prezzo, quello che parlava non era molto d’accordo, ma alla fine ci siamo accordati. L’altro non ha detto una parola. Quando sono andati via ho detto a Esther, una delle mie serve, di sistemare per bene. Non volevo fare brutta figura.

Su questo Gesù si dicono tante cose ma, comunque, è una persona importante e aveva deciso di passare la Pesach da me.

Poco prima del tramonto sono arrivati, il Maestro e i suoi discepoli, apostoli li chiamano. C’erano anche quello con cui avevo preso gli accordi e quell’altro, quello che non aveva parlato.

Tutto era pronto per la loro cena, Esther e Rebecca erano al loro servizio ma il nazareno, con un sorriso che non sono riuscito a decifrare, mi ha detto che non c’era bisogno del loro servizio, che se avessero avuto bisogno di qualcosa avrebbe mandato qualcuno.

Esther e Rebecca sono rimaste dietro la porta chiusa, gliel’ho detto io di stare lì, così, se avessero chiamato, erano subito pronte. C’era una persona di riguardo in quella stanza, dovevo dimostrare che aveva scelto bene.
 A un certo punto Rebecca ha fatto di corsa i pochi gradini della scala e mi ha detto che stava succedendo qualcosa di strano in quella stanza. Sono corso a vedere.

La porta era socchiusa e da quello spiraglio, proprio davanti al tavolo, si vedeva tutto. Ma quello che vedevo, tutto quello che vedevo, non aveva nessun senso.
Il Maestro aveva un asciugatoio tra le mani e diceva ai suoi commensali di spostare le sedie, di allontanarsi dalla tavola.
 Non so come dirlo in modo diverso, non so se riesco a spiegarmi, ci provo. Per un istante, un solo istante, ha tenuto nella mano destra, sollevata, l’asciugatoio arrotolato. Sembrava che tenesse in mano uno scettro. Sembrava un Re.

Sono rimasto immobilizzato da quella immagine, che cosa voleva dire?

Si è spogliato, si è messo quel panno attorno alla vita. Poi ha preso una brocca tra quelle che erano su un piccolo tavolo nell’angolo della stanza, l’ha riempita con dell’acqua che era nelle brocche sulla tavola. Continuavo a non capire, capivo sempre meno. Si è inginocchiato ha tolto i sandali a uno dei suoi apostoli e ha rovesciato dell’acqua sui suoi piedi. Ho sentito il suono delle gocce d’acqua che battevano nel catino. Mi sono incantato nel sentire quel suono, sembrava che parlasse, che volesse dirmi qualcosa.

Ho guardato quelle mani che si muovevano con una dolcezza che io non avevo mai visto. C’era una tale cura nei gesti che stava compiendo, che sembrava che da quello potessero dipendere le sorti del mondo. Ho dato uno sguardo al catino dove il Maestro immergeva a turno i piedi dei suoi apostoli. Aveva fatto un buon lavoro Esther, l’aveva lucidato benissimo. L’ho fissato e per un attimo, per un solo attimo, ho pensato di essere impazzito. Il catino dell’acqua mi stava parlando. Ero immobilizzato, teso in avanti con la testa, come di chi fatica a sentire bene ciò che gli viene detto.
Ma io sentivo.

Per fortuna Rebecca mi ha toccato un braccio, mi ha aiutato a raddrizzarmi altrimenti sarei caduto faccia a terra.
Il Maestro ha continuato, è arrivato da quello che avevo visto la mattina, quello che non aveva parlato. In verità da quando questa strana situazione è iniziata, nessuna parola è stata detta.
Mi chiedo cosa pensi mentre ha i piedi dentro il catino.

Adesso è il turno di quell’altro, quello che ha voluto un po’ mercanteggiare per pagare la sala. Tiene il busto dritto, gli occhi sono rivolti verso l’alto, non incrocia mai lo sguardo con quello del suo Maestro. Sembra che quello che sta succedendo non lo riguardi. Sembra dire “Questo non è il mio posto”.

Esther e Rebecca mi chiedono con gli occhi cosa devono fare. Col dito davanti alla bocca faccio capire loro che devono fare silenzio e aspettare. Sussurro loro che se avranno bisogno di noi ci chiameranno.
Per la prima volta da quando il Maestro si è messo l’asciugatoio sui fianchi si sente parlare. Ce n’è uno che non vuole farsi lavare i piedi. Glielo dice in modo deciso, quasi sgarbato.

È tornato il silenzio, certo che quello deve essere proprio un bel tipo. Pietro, l’ho sentito chiamare mentre salivano le scale. Sembrava essere uno sicuro di sé, uno pronto a comandare, ma davanti al suo Maestro sembrava un bambino, neanche molto sveglio.
Rebecca mi ha fatto notare che aveva due piedi enormi e che non riusciva a tenerli fermi, neanche mentre il Maestro li teneva tra le sue mani.

Esther mi ha sussurrato qualcosa in un orecchio. È agitata, temo che possa farci scoprire, che si accorgano della nostra presenza e io non voglio perdere niente di quello che sta succedendo. 
Allora le ho fatto segno di allontanarsi un poco e l’ho raggiunta, un occhio a lei e l’altro a quello spiraglio di luce che mi tiene bloccato tutta la sera.

Anche Rebecca è agitata, si è avvicinata e mi ha detto che sente una strana presenza in quella stanza. Che le sembra che ci sia qualcuno che non si vede, ma che lei sente che c’è. Che ha iniziato ad avere paura, non di essere scoperta, ma di quello che potrà scoprire, ha paura che la persona che non si vede possa mostrarsi da un momento all’altro e trasformare l’incomprensibile in terrificante.

Ho provato a tranquillizzarla, ma in realtà mi ha messo in agitazione. Sono tornato alla porta, mi sono sporto un pochino, solo un pochino, quel tanto che è bastato per abbracciare con uno sguardo tutta la stanza. C’erano solo quelli, gli apostoli, con il loro Maestro.
Però.

Però ho sentito che Rebecca aveva ragione, c’era anche un’altra presenza.

Ecco, il Maestro sta tenendo in mano i piedi dell’ultimo dei suoi apostoli. Lo ricordo bene è arrivato insieme a quello con i piedi grandi e un altro che era di certo il fratello. Chiacchieravano insieme, parlavano della loro città, sì, venivano tutti dalla stessa città, Betsaida, mi sembra. Mi ha colpito perché quella città è lontanissima da qui. Questi uomini, ho pensato, devono avere una grande fiducia nel loro Maestro se hanno deciso di seguirlo facendo così tanta strada.
Lo sguardo tra Gesù e il suo discepolo si è incrociato per un istante, uno solo. Come un fulmine. Mi sono sentito anche io inondato di luce.

Il Maestro si è alzato da terra, ha indossato la tunica e si è nuovamente seduto a tavola.

Gli ha chiesto se avevano capito quello che lui aveva fatto. Ho visto quegli uomini guardarsi l’un l’altro, cercare con lo sguardo chi avesse capito.

Il Maestro li ha guardati uno per uno, ha aperto le braccia come in un unico grande abbraccio e ha detto:

“Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. E adesso continuiamo a mangiare. Venite anche voi, non è più il momento di stare sulla soglia.”

E noi siamo entrati. Non era più il tempo, non è più il tempo, di stare sulla soglia.

 

Indice dei racconti

Trama e ordito

Sono fatto così; con una trama e un ordito. Fili regolari che s’intrecciano in modo simmetrico e sempre uguale. Sono fili di lino, fini, sottili, lavorati da mani sapienti che lo hanno raccolto lungo il fiume Giordano, lo hanno pettinato, filato e infine tessuto.

Un mercante di tessuti mi ha venduto a un oste la scorsa stagione. Da allora non ho mai lasciato questa taverna: ho asciugato piatti e terrine, ho pulito tavoli e mani. Tra la mie fibre linde e regolari si sono così intrecciati rimasugli di cibo, grasso e unto. In mezzo al mio tessuto si sono incastrate scaglie di legno e fibre vegetali. Sono ormai ridotto a uno straccio, sbattuto di qua e di là, passato di mano in mano, strizzato e ritorto.

Questa sera l’oste mi ha portato nella stanza superiore, pare che un gruppo di uomini venga per celebrare l’Haggadà.

Il mio padrone li ospiterà senza richiedere compenso, in quanto, si dice che sua moglie sia molto curiosa di ascoltare il Rabbì che è a capo della compagnia. Da quel che si vocifera qui nella taverna, questo Rabbì è un uomo molto carismatico e spesso ho sentito io stesso gente litigare perché c’è chi sostiene che sia un profeta e chi invece lo definisce un bestemmiatore e un imbroglione. Io non so nulla di tutto questo, sono solo un pezzo di stoffa, e spero che questa serata finisca presto, perché vorrei essere lavato per poi potermi riposare, steso al sole.

La serata scorre veloce, tutti i miei compagni sono prelevati uno a uno, usati e buttati nella cesta.
A fine cena rimango solo io; penso, con gioia, che stasera me ne ritornerò nella cassapanca pulito. Ecco però che il Rabbì si alza e viene verso di me. Quando è a un passo da me, si sfila la tunica. Mi prende e mi avvolge intorno ai suoi fianchi. È una strana sensazione, quella di essere utilizzato come vestito. Il corpo del Rabbì è asciutto e vibrante, è come se un’energia lo percorresse; non è una brutta sensazione.

Ora il Rabbì prende un catino, lo riempie d’acqua e si avvicina al primo dei suoi compagni. Si china, tocco per terra: la polvere inizia a entrarmi nelle fibre. Il Rabbì prende in mano il piede del primo dei suoi compagni, lo lava, con cura e attenzione. Un brivido percorre tutte le mie fibre: non vorrà utilizzarmi per asciugare i piedi? Sono un telo di lino, non una pezzuola per i piedi!
Il Rabbì, dopo aver lavato entrambi i piedi dell’uomo, si china e li bacia, poi prende uno dei miei lembi e li asciuga. Ribrezzo. In realtà i piedi di quest’uomo sono morbidi e curati, lisci al tatto e le mie fibre scorrono veloci, senza raccogliere residuo alcuno. Sento il Rabbì pronunciare il nome dell’uomo: Giuda Iscariota.

L’uomo seduto accanto al primo, si alza d’improvviso in piedi, si ritrae e dice con tono perentorio: “non mi laverai mai i piedi!”. Fine delle mie fatiche. Penso: “Ora il Rabbì mi scioglierà e io finirò nel cesto”.

Ma il Rabbì, ribatte: “Pietro, se non ti laverò non avrai parte con me” e l’altro risponde “Signore non solo i piedi ma anche le mani e il capo!”

Oh, no, ora si esagera! Sono atterrito. Ecco che dopo aver lavato i piedi a Pietro, con ancora più cura e attenzione del primo, il Rabbì mi prende e li asciuga. Sono piedi forti, ruvidi, callosi; raccolgo granelli di sabbia misti a schegge di legno e intuisco anche un vago odore di pesce.
Dopo i piedi di Pietro, uno a uno, il Rabbì lava e asciuga i piedi di tutti gli altri. Mi abbandono, non ho più la forza di lottare. Le mie fibre raccolgono via via granelli di terra, erba, un seme di canapa, frammenti di pelle, cuoio, fibre di lana, una goccia di vino, qualche essenza orientale, la crosta di una ferita rimarginata, briciole di pane, un rimasuglio di escrementi di asino, delle fibre di paglia, dell’aceto…

Sono frastornato, le mie fibre sono stropicciate e aggrovigliate. Dov’è finita la mia linda trama regolare? La trama e l’ordito: i fili regolari che s’intrecciano in modo simmetrico e sempre uguale ora sono inframmezzati da ogni sorta di schifezze e sozzure.

[Flavio, CVX Maria Immacolata Chieri]

L’acqua del catino

Ed eccomi qua anche stasera pronta a scorrere dalla brocca. Una comunissima brocca, versata stranamente prima su un piede e poi sull’altro di dodici persone in una comunissima stanza un po’ buia. Ma quando la mano di chi versa mi tocca, per lavare dei comunissimi piedi, e io tocco lei, smetto di essere un’acqua qualunque. E ancora più stranamente prendo coscienza di diventare complice. Divento strumento di salvezza. Ma salvezza da cosa, da chi?

Quelle mani che con cura e dedizione lavano i pedi di quelle persone comuni, ogni mia molecola si impregna di una nuova energia e anche io prendo coscienza di un piano ben più profondo e alto.
E da quel momento in poi smetto di essere un’acqua qualunque e qualsiasi cosa io tocco o sfioro, che siano piedi umili o mani curate, che siano visi corrucciati da oppressioni o accarezzati da mani gentili, riceveranno l’energia che viene da Colui che si fa chiamare Gesù Cristo!

Scorrerò fra anfratti bui e ruscelli rigogliosi, fra pozzanghere e fonti fresche, fra alte cascate e paludi limacciose. In loro potrò portare una nuova luce che brillerà in ogni goccia e in ogni rivolo. In ogni gorgoglìo parla e annuncia e annuncerà un nuovo tempo, una nuova strada, un nuovo modo di fare.
Io acqua, sempre uguale, divento speciale nella mia ordinarietà, nella mia quotidianità. Non mi tocca fare nessuno sforzo particolare o fare degli effetti speciali una tantum, ma continuare a essere così come sono, acqua che continuerà a scorre nel tempo e nello spazio.

Perché io sono ACQUA e ogni volta che scorro perdo qualcosa e la lascio in eredità a chi mi tocca e a mia volta acquisisco nuove peculiarità. E stasera sarò una nuova acqua.
E da questa sera e nei millenni che seguiranno portò dire che IO C’ERO. E tu ci sarai insieme a me, anche e soprattutto ogni volta che laverò e tu insieme a me laverai dei piedi comuni, di comuni persone in una notte di luna quasi piena.

[Michele Marseglia, CVX Ignazio Di Loyola Grumo Nevano – NA]

L’acqua del catino

Sono qui, sono in questo bricco, nella misura di poco più di 1 litro, e sono in attesa di essere versata nel catino qui a fianco.
Già, perché sapete cosa è mai saltato in mente al Maestro di fare stasera?
Durante la cena di Pasqua, che Egli farà insieme con i suoi discepoli, ha deciso – pensate un po’ – di lavar loro i piedi, utilizzando appunto me e il catino qui da presso.

Ma, dico io, perché? In realtà, vi confesso, non è che la cosa mi faccia gran che piacere! Lavare quei piedi sporchi, impolverati e forse anche maleodoranti di quegli uomini, beh, non è proprio il massimo!
Ma poi… penso… non è che potevano andarseli a lavare nella piscina di Bethesda, qui vicino? Certo, capisco che poi, tornando dalla piscina fin qui, se li sarebbero sporcati di nuovo… però… tutto sommato…

Tra l’altro, il problema è anche questo: siccome c’è stata una grande siccità in quest’ultimo periodo, l’acqua scarseggia e stasera qui ci sono solo io… come farà il Maestro a lavare i piedi di dodici persone utilizzando soltanto me che, come dicevo prima, sono appena poco più di un litro?
Oh, ma eccolo che viene, insieme con i suoi… ma che baldoria che fanno, mi sa proprio che sono ignari di quanto Egli ha in animo di fare! Infatti li vedo già pregustare la cena, litigando su chi si deve sedere a fianco al maestro. Mamma mia! Mi sembrano proprio dei bambini che fanno a gara ad accaparrarsi i posti più importanti… ma ecco che all’improvviso zittiscono… che cosa succede?

Il Maestro si sta alzando, si toglie la veste, prende un asciugatoio e se lo cinge in vita, poi si avvicina a me, prende il bricco e mi versa nel catino, dopo di che si porta vicino ai discepoli che, muti, lo guardano con fare interrogativo.

Ed ecco che Gesù raggiunge Pietro, si curva sui suoi piedi e fa per iniziare a lavarglieli, ma Pietro si ritrae, fa il sostenuto, dice: “Signore, tu lavi i piedi a me? Non mi laverai mai i piedi!”
Ma il Maestro lo zittisce affermando che pure se in questo momento non capisce, poi capirà. E così si appresta a compiere questo gesto che, a dire il vero, è incomprensibile anche per me!
Forma un piccolo coppo con le mani e le immerge dentro di me, raccogliendone una parte per versarla sui piedi di Pietro.

In effetti non vi nascondo che sto provando un certo disgusto, per cui cerco, per come posso, di scivolargli presto tra le dita, così da evitare il contatto con quei piedi.
Mi colpisce, però, la dolcezza con la quale Gesù li lava, sembra quasi che li accarezzi…
Intanto, però, vengo subito distratta dal colore che ho assunto: sono diventata quasi marrone, torbida, polverosa… ma come farà adesso il Maestro a lavare i piedi degli altri undici? Qui non c’è più altra acqua, ci sono solo io!

Ma… che cosa sta succedendo? Il Maestro sta immergendo di nuovo le mani dentro di me, per lavare i piedi a Giacomo e, d’improvviso, mi accorgo di essere tornata di nuovo limpida, fresca, cristallina com’ero prima.
Sono confusa, stordita, non riesco a capire, anche le mie sensazioni non sono più quelle di prima: improvvisamente non provo più nessun disgusto, anzi indugio volentieri sui piedi di Giacomo e poi di Giovanni, di Tommaso e di tutti gli altri…

Sì, mi accorgo di provare una grande gioia nell’accompagnare le mani di Gesù in questi gesti, che si rivelano essere delle vere e proprie carezze, con cui il Maestro esprime tutto il suo amore per quegli uomini che lo hanno seguito fin lì e che fra poco dovranno affrontare la dura prova del Suo arresto e della Sua crocifissione.

Signore, è proprio vero che Tu fai nuove tutte le cose. Mi hai rinnovato, mi hai purificato, hai tolto da me tutte le sozzure che mi intorbidivano, prima ancora di restare intorbidita dalla sporcizia di quei piedi.

Sì, Signore: la limpidezza di prima era infatti soltanto apparente, serviva a coprire tutte le mie chiusure, il mio egoismo, la mia incapacità di amare. Ma ora c’è un’energia nuova in me, un’energia vitale, una freschezza, una forza che mi fa dire:
– Grazie, Signore, per avermi scelto come strumento per dimostrare il Tuo Amore! –

[Silvana Risi, CVX Gesù Nuovo Napoli]

Il catino dell’acqua

Contenitore di acqua viva. Contenitore di acqua sporca. L’acqua è essenziale alla vita. Ha sete di te Signore l’anima mia. L’acqua è un bene comune. Grazie Signore che non fai mancare l’acqua nelle nostre case. La qualità dell’acqua sicura è un diritto per la sopravvivenza degli esseri umani. L’acqua è preziosa e non deve essere sprecata.

Il catino d’acqua monda il peccato di tutti, amici e nemici, familiari e perturbanti, vicini e distanti, l’umanità intera. Il catino è strumento della volontà del figlio fatto uomo, del rabbì, che si è messo il grembiule per servire i fratelli. Non guarda in faccia a nessuno il catino, sta ai piedi del mondo.

Fa comodo essere guidati nel movimento? Hai bisogno di essere utile agli altri? Non puoi sapere se hai portato giovamento all’altro, lo sei e basta. Non hai scelta, non hai voce. Hai un tuo posto nel tempo e nello spazio.

Questo è il tuo senso. Riempi del bene più prezioso che si sporca del sudore, della terra, dei germi, del sangue, della carne morta dell’uomo e gli permette di rinnovare ogni volta il suo nome, sano come un pesce. L’acqua sporca è buttata via, quale ciclo della vita. A quale ordine obbedisce il catino dell’acqua?

È ancora possibile un ordine naturale delle cose, che non sia danno a Madre Natura? L’acqua pura del Battesimo si è rinnovata nel catino, si è sporcata, si è immersa nell’umanità degli uomini, l’acqua così è diventata torbida, ambigua e ha lavato via le colpe e gli sbagli degli uomini per permettere loro di convertirsi.

Il catino dell’acqua non è solo, è in un contesto e serve alla comunità, a servizio della comunità. Il catino contiene i piedi di tutti, senza distinzione di ceto o reddito; lava il piede bisognoso di Elena, che ha necessità di essere assistita nell’igiene personale del corpo e dell’anima, perché non si abbatta alla morte della malattia, ma viva per l’amore di coloro che la assistono con amore.

Il catino dell’acqua lava via la paura di uscire dalla sua casa-tana di Simona, monda i sensi di colpa di Lia che può permettersi di stare nelle retrovie, di non scendere in strada nelle periferie, ma che ha la responsabilità di far dialogare chi decide della salute di tanti.

Il catino dell’acqua permette il gesto di amore del maestro ai suoi discepoli e lo rinnova vicendevolmente ogni giorno nelle relazioni con gli altri. Il catino dell’acqua accoglie e ristora chi ha sofferto tanto e camminato tanto magari senza meta e impotente fino a ora. Il catino dell’acqua allevia i calli di Ada, che fatica a reggersi in piedi e a trovare un senso alla vita senza il centro focale di suo marito.

Il catino dell’acqua mette al centro del fare il Signore Gesù. Prendimi, vorrebbe dire, il catino dell’acqua, e fai buon uso di me, vai nel mondo; compia tu gesti di amore gratuito nel nome del Signore Gesù.

[Maria Sardone, CVX San Saba Roma]

Il catino dell’acqua

Quando salite a cena, io sono lì, su una mensola vicino alla scala. Sono un catino e a fianco a me c’è sempre una bella brocca piena d’acqua.
La mia vita è decisamente monotona, servo per le abluzioni, mi sposto poco. Ma… l’altro pomeriggio, era un giovedì, improvvisamente è venuta una servetta, mi ha lavato e lucidato bene: vi dirò che non avevo mai visto il metallo di cui sono fatto così lucente. Poi qualcuno mi ha preso assieme alla brocca e mi ha portato su, dove c’era la cena di Gesù e dei suoi apostoli.

A un tratto, mentre tutti ancora mangiavano, Gesù, servendosi di me e della brocca, si è messo a lavare i piedi agli apostoli. Si chinava su ognuno e, mentre lo faceva, io, che ero tutto lustro, riflettevo il suo viso pieno di amore, il viso di Dio che è amore incondizionato che pone la propria vita a servizio dell’uomo.
Mai mi dimenticherò di quel momento di splendore.

[Elide Bagaloni, CVX Immacolata Cagliari]

Giovanni

C’era una strana atmosfera, non era come al solito, Gesù aveva spiegato più volte della sua prossima passione. Questo aveva sconcertato ciascun di noi, il cuore era in subbuglio: ribellione, risolutezza, delusione, tristezza, incertezza, amarezza. Non poteva finire, non poteva finire così. Ognuno era chiuso in se stesso.

Alla fine della cena, inaspettatamente, Gesù si cinge la vita con un asciugatoio, si china e lava i piedi, uno a uno.

Una scena mi colpisce più di atre, quando Gesù si china per lavare i piedi del discepolo vicino a me, questo si scioglie in lacrime. Sono lacrime irrefrenabili, scendono da sole, più il mio compagno cerca di ritrovare contegno, più le lacrime scendono copiose, non le può fermare. C’è in lui una commozione profonda che a me pare di chi ripensa in un attimo a tutta la sua vita, di chi non si era mai sentito amato, di chi sente tutto il proprio limite, tutta la sua piccolezza. Gesù vede questa commozione, probabilmente la comprende, ma non dice niente, non fa niente, continua a lavare i piedi, ad asciugarli, termina e passa a un altro discepolo. Infine Gesù invita a fare come lui ci ha indicato, gli uni con gli altri.

[Alessandra Mereu, CVX Immacolata Cagliari]

Gesù

Mi sono imbattuta giovedì 19 marzo nella lettura di un bellissimo articolo di Rumiz che dalla sua città, Trieste, vede l’Europa in ginocchio. Nazioni che si blindano e profughi disperati in arrivo dai Balcani che vagano soli. Ogni giorno nella piazza della stazione di Trieste un gruppo di volontari va a nutrire e a curare quei disperati, persone, queste ultime, che debilitate e prive di riparo e di accesso all’igiene, sono lasciate in balia del virus Covid-19.

Tra i volontari c’è Azra, bosniaca, a suo tempo anche lei profuga, che non ha perso la memoria e cura amorevolmente i piedi piagati di questi profughi che hanno camminato centinaia di chilometri.
La lavanda dei piedi in questo 2020 la immagino così.

Azra è colei che ai miei occhi rappresenta Gesù, con la sua gestualità e le sue parole.
Dragan, Milan, Mako, Nikola, Djurd, Pero, Branko, Mirro, Stevo, Goran, Isret, Leander sono i discepoli profughi dai piedi piagati che non possono affrettarsi ad arrivare primi per prendere posto a tavola vicino al Signore, ma semplicemente ringraziano Dio con la loro preghiera per quello che stanno ricevendo. Una preghiera di ringraziamento e non di richiesta. Dragan ricorda ai suoi fratelli che Eucarestia è ringraziamento, lo dice il greco efhanistò che vuol dire grazie.

Azra invita i suoi discepoli ad aiutarsi l’un l’altro. Il giovane Mako può aiutare il vecchio Djurd a togliere la sola scarpa rotta rimasta ad avvolgere il suo piede, come Goran sta facendo con l’anziano Isret. Leander può offrire la spalla al capo stanco di Stevo, mentre Pero può offrire una mano al vecchio Milan per accompagnarlo nel tentativo di sedersi a terra.

Azra, mentre deterge i loro piedi e lenisce le loro ferite, racconta loro la sua vita, il suo viaggio verso l’Italia, attraversando i Balcani nella speranza di trovare un mondo capace di offrirle una nuova vita, degna di essere chiamata tale.

Branko chiede ad Azra perché cura i loro piedi con così tanta attenzione e gentilezza, con la delicatezza tipica di una madre verso i propri figli. Azra dirà loro che sarà la tenerezza a curare le ferite della loro anima, la riscoperta da parte loro di questo sentimento e di questa grazia li farà sentire accolti, curati e non dimenticati.

[Margherita Grasselli, CVX Roma]

Giuda

Io stasera sono a disagio, qui, e volevo andarmene via subito. Scappare.
Qualcuno degli altri mi ha letto negli occhi questo disagio, e mi ha chiesto il perché, ma io stasera non parlerò più con nessuno di loro. Perché non riesco più ad alzare gli occhi su Gesù. Io ho fatto un mio progetto, per Lui, ma non gliene ho parlato; nulla, gli ho detto. L’ho fatto io e lo tengo per me, anche se riguarda anche Lui.

Eppure, sinora sono stato con loro ad ascoltarlo.

Ho creduto anche di essere beato con loro. Beato per le parole che ascoltavo e per i segni che vedevo. Ma stasera NO.
Beato quel servo – ci ha detto – che il padrone troverà vigilante. Io stasera veglierò e…
Beati quelli – ci ha detto – che ascoltano la parola e la osservano. Io sono un bravo israelita, so usare bene il denaro.
Beati voi – ci ha detto – se metterete in pratica l’esempio che io vi ho dato. Ma io stasera mi ribello alla lavanda dei piedi l’un l’altro.
Io attendo la potenza del Regno di Dio.
Lui ci ha detto: “La vita è percorrere la strada dietro di me, alla ricerca della volontà di Dio, del maggior bene”.
Io oggi non l’ho ascoltato; l’ho scelto da me, il maggior bene. Ora scappo via. Guardo i miei piedi lavati: tra poco li sporcherò. Vado nell’orto degli ulivi. Scappo via. È notte.

[Luigi Costantino, CVX Immacolata e San Luigi Reggio Calabria]

Giuda

Era ora di cena, io sapevo già che avrei tradito Gesù, il figlio di Dio.
Eravamo tutti intorno al tavolo, aspettando di iniziare a mangiare. A un certo punto Gesù si alzo da tavola e si tolse la veste, sostituendola con un asciugamano legato attorno ai fianchi. Prese un catino e ci versò dell’acqua all’interno. A uno a uno, lavò con l’acqua del catino i piedi a noi discepoli, asciugandoci con l’asciugamano che aveva legato ai fianchi. Arrivò fino a me. Mi lavò i piedi, me li asciugò.

Io in quel momento capii che lui mi amava e che era troppo tardi.

Dopo di me toccò a Simon Pietro, che disse “Signore, tu vuoi lavarmi i piedi?”
Gesù gli rispose che avrebbe capito soltanto dopo il perché di quel gesto. Pietro, con la sua cocciutaggine gli disse che non si sarebbe mai potuto far lavare i piedi dal Maestro. Ero esterrefatto, io avevo lasciato che Gesù mi lavasse i piedi senza batter ciglio. Ma in quel momento Gesù ribatté con una frase che mi fece drizzare i peli sulle braccia: “Se io non ti lavo, tu non sarai veramente unito a me”.

Questo mi fece capire che Gesù voleva essere ancora unito a me, nonostante io sapessi che lui era già a conoscenza del mio tradimento.

Il perdono. È una cosa che l’uomo non potrà mai capire a fondo, perché solo Dio sa perdonare, anche il più terribile dei nostri peccati. Simon Pietro chiese a Gesù di lavargli anche mani e capo, ma Gesù rispose che chi è già lavato, non ha bisogno di lavarsi nient’altro che i piedi e sarà completamente puro.

Poi aggiunse che non tutti a quella cena eravamo puri e io capii a chi si riferiva: a me.

Quando terminò di lavarci i piedi, si rivestì e si mise di nuovo a tavola chiedendoci se avessimo capito ciò che aveva fatto per noi. Dalle facce degli altri discepoli notai che nessuno di loro aveva capito più di me il gesto del Signore. Forse anche lui se n’era accorto, perché continuò dicendo: “Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene, perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni, gli atri. Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi”.

E in quel momento mi sono sentito amato, in quel momento ho capito che avevo sbagliato tutto, ma che era troppo tardi per tornare indietro. Da quel momento non sono più riuscito a guardare Gesù negli occhi, sapendo che quelli erano gli occhi di Dio.

[Francesca Loi, CVX Immacolata Cagliari]

Pietro

Ohhhh finalmente ora mi sento meglio… il Maestro ci fa trottare tutto il giorno e a ora di cena ci mangeremmo pure le pietre, però non dai, non è male. Se non fosse per questi piedi che mi fanno un male da morire…
Ma che fa? Si sta alzando? Non è che si mette a parlare proprio ora, no eh?
Non capisco, Signore, che stai facendo? Ti togli la tunica?
E quello cos’è? Uno strofinaccio? Che t’è venuto in mente?
Di pulire mentre siamo ancora tutti a tavola? Ah no, non è uno strofinaccio da cucina, è un asciugamano, serve per le persone… ma quindi?
Guarda, ha preso un secchio con dell’acqua… a che gli servirà poi, così, nel bel mezzo della cena… boh…
Signore sei strano, ma non così strano. Che hai in mente?
Non ci posso credere, ci lava i piedi! E là facciamo veramente puzza, con la polvere e la sporcizia che ci siamo presi oggi… E i nostri cosiddetti amici?
Guardali, non dicono una parola… ma come si permettono? Farsi lavare i piedi, dico I PIEDI, dal Maestro!
Signore, mi vergogno per loro… comunque almeno io non ti deluderò, questo è sicuro…
Senti… ma non è che lo sta facendo apposta, per vedere quanti di noi glielo impediscono? Sì insomma, per metterci alla prova?
Finora abbiamo viaggiato per paesi e campagne ma ora siamo a Gerusalemme, qui si gioca la sua reputazione con i grandi capi, mica con tuo padre o mia suocera…

Mi sa che vuol essere sicuro di chi potrà portarsi dietro… cioè, voglio dire… quelli che se lo meritano, no?

Ti stai avvicinando, tra poco tocca a me. Non se ne parla di togliermi questi sandali puzzolenti e lasciarti fare questa cosa dell’altro mondo, Signore.
Io non te lo permetterò. Ho visto cosa ti ha fatto quella donna quand’eravamo a cena in casa del riccone ma lei i piedi te li ha lavati con olio aromatizzato, il profumo superava la puzza, e poi era una donna, ci stava!
Invece tu sei un uomo… e sei il mio mito… Ci siamo: ora mi guarderai per vedere se ho capito il trucchetto, io e te siamo complici…

Eccoti qua. Mi guardi e poi ti abbassi sulle ginocchia. Posizioni il secchio e torni a guardarmi. Com’è che non mi vengono più le parole? Com’è che un attimo fa mi sembrava di aver capito tutto e ora non ci capisco più niente al punto che riesco solo a chiederti:
“Signore, tu lavi i piedi a me?”

Ho il cervello in pappa ma evidentemente mi leggi nel pensiero, perché mi rispondi che ora non posso capire ma che un giorno capirò. Però non mi basta, tanto non è questione di tempo, è proprio che questa cosa non avverrà né oggi né mai e infatti torno lucido e riesco a dirti con sicurezza:
“Non mi laverai mai i piedi!”

Ti osservo, non lo so più se era questa la reazione che ti aspettavi, magari invece adesso mi arriva un bel rimprovero, altro che sguardo di complicità. Ma una cosa è certa: tu i piedi a me non me li lavi, punto.
Non ti arrabbi.
Nemmeno mi costringi però, né ti alzi indispettito per passare al mio vicino. Invece prendi atto e poi, prima ancora di trovare le parole, mi guardi triste come se stessi per perdere un amico, uno a cui tieni.
No, non posso permettere neanche questo! Faccio immediatamente marcia indietro:
“Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”

Stavolta ce l’ho fatta a guadagnarmi la tua fiducia, c’ho messo un po’ ma alla fine ho capito…
Allora? Che aspetti? Ah, vuoi sapere se oggi mi sono lavato?… Certo, che domanda, come tutti qui. Non tutti? In che senso non tutti? Boh, ricomincio a non capire… comunque io sì, perciò dai, facciamola questa cosa che non comprendo, facciamola alla tua maniera, in fondo non so quanti di noi l’hanno capita, non sarò né il primo né l’ultimo… Finisci pure il tuo giro, Signore…
E ora? Vedo che ti stai rivestendo, ti risiedi, ecco, forse adesso ci spiegherai…

Sono ancora stordito e le parole mi arrivano confuse ma quello che capisco mi sembra impossibile, non è così che dovrebbe andare. I signori, i maestri, non sono loro che devono abbassarsi fino a terra per occuparsi di noi… E noi, che non siamo né signori né maestri, a chi dovremmo fare lo stesso?
Signore, adesso devo per forza chiudere gli occhi, questa scena di te che ci lavi i piedi non me la levo più dalla mente perciò li chiudo, così magari quando li riapro vedrò che è stato solo un sogno e tutto tornerà come prima – i viaggi, le chiacchierate, la compagnia, le tue storielle, gli incontri, le avventure.

Ecco, li apro. Però no, tu sei ancora seduto al tuo posto e continui a dire le stesse cose assurde, è successo davvero! Riprovo un’ultima volta, non può essere questa la realtà. Stavolta voglio anche rivolgermi a tuo padre, ce ne hai parlato tanto, gli voglio proprio chiedere “che io non sia in questa stanza quando riapro gli occhi”. Lo faccio, ma mentre sono nel buio mi vedo in un posto angusto e senza finestre, sono proprio io anche se tra qualche anno, non sono solo, accanto a me alcuni volti che riconosco e altri mai visti, gli sguardi mi sembrano vigili ma sereni.

Non so come facciamo a muoverci in spazi tanto stretti e con così poca luce ma sembra che ci siamo ben organizzati e che ognuno abbia un compito. In un angolo vedo un gruppetto che discute, penso a come sia incredibile che in simili condizioni qualcuno riesca a litigare eppure è così. Litigi per cretinate, chi deve passare per primo in questa specie di lunghi budelli, chi cerca più riconoscimento per quello che fa, chi chiede di fare cose più gratificanti.

Alla fine però nessuno si tira indietro e ogni gesto sembra riguardare tutti, chissà, forse perché il luogo è talmente delicato che ciascuno si muove con cautela come se il proprio comportamento potesse danneggiare, o beneficiare, gli altri.
Quando riapro gli occhi ti vedo. Mi stai sorridendo.

[Alessandra Perricone, CVX Madonna della Strada e S. Alberto Hurtado Palermo]

Pietro

E adesso cosa fa? Non abbiamo ancora finito di mangiare… siamo stanchi per aver camminato tutto il giorno, incontrato gente, fatto da filtro tra alcuni che volevano a tutti i costi sottoporre il loro caso al Maestro.

Ma, intanto che io penso, lui si è messo a… lavare i piedi al primo, al secondo… ma cosa ha in mente? È una cosa da servi, e lui è il Maestro! Non gli permetterò di farlo. I piedi me li lavo da me.

Certo non è la prima volta che mi sconvolge con le sue trovate: come quando pretendeva che sfamassimo noi tutta quella gente, o quando si lasciava importunare da un cieco o da una donna. Si lascia toccare da tutti, tocca i più immondi.

Ogni volta che mi sembra di aver fatto un passo avanti nella comprensione di dove ci vuole portare, ecco che subito, boom! Lui schizza avanti di cento passi e io non mi raccapezzo.
Cosa dice: “se non ti laverò, non avrai parte con me”. Allora lavami pure tutto, Gesù! Ah, tutto non serve…

Però, adesso mi sento diverso, pulito davvero. La purificazione che faccio abitualmente non fa questo effetto. E mi sento dentro la voglia di fare anche io come lui. Ma ne sarò capace?

Forse non avevo capito proprio niente di questo maestro, così diverso da tutti quelli che insegnano nelle nostre sinagoghe: loro stanno lì dentro a declamare la legge, lui invece va fuori per tutti i sentieri che portano ai paesini e ascolta, guarda con occhi che non so come descrivere, impasta il fango per guarire, si intrattiene allo stesso modo con i più poveri e con i ricchi.

Ma a che scuola è cresciuto, da dove gli vengono queste idee?
E che mondo ha in mente?

[Maria Scaglia CVX Maria Immacolata di Bergamo]

Pietro

Lui legge nel mio cuore, ringrazio Dio per questo. Conosce i miei pensieri e sa di me più di quanto io stesso non riesca a capire, e sa quanto io sia irruente. Parlo senza riflettere, il cuore sempre pronto, l’amore che nutro per Lui deve fare i conti con ciò che Lui desidera da me.

Eravamo ancor insieme, nella stanza di sopra, avevamo appena finito di cenare e stavano per accendere le candele, il sole era tramontato da poco, quando si levò la veste. Che gesto strano, ma alle stranezze il Maestro ci aveva abituato dalla prima ora.

Prese un asciugatoio e cominciò da me, Pietro, sì, quello che si lascia trasportare dall’emozione e ascolta sempre un istante dopo che Gesù ci abbia parlato. Si inginocchiò e io mi ritrassi, ma che stava succedendo? Il Messia che vuole lavarmi i piedi, a me che non sono degno nemmeno di seguirlo.

Lo seguirò per sempre, ma non per merito mio, ma per sua grazia e per sua volontà. E infatti mi disse “tu ora non capisci, ma lo capirai dopo”. A questo io ero abituato. Sempre dopo ho capito, come se il tempo avesse realizzato piano piano un disegno che non era mio, ma Suo.

Quella era una sera particolare, inquietante, ci disse che eravamo mondi, ma non tutti. Che voleva dire? Il mio cuore era pieno di domande senza risposte. Poi però spiegò il gesto: “Ciò che io ho fatto a voi, voi lo farete gli uni con gli altri”. Era un atto di assoluta umiltà a cui ci indirizzava.

Tre anni aveva trascorso con noi, sempre facendoci da esempio. Quella sera era sereno, eppure poche frasi tradivano un velo di angoscia. Poi infatti precisò: “Non parlo di tutti voi, io conosco quelli che ho scelto..” E io ero tra questi?

Non occorre dirvi che la fiducia in me stesso non era molta, ma Lui sì, sembrava avere fiducia in noi. Io capivo sempre un momento dopo e tra le mie virtù non c’era certo il coraggio, poi gli eventi precipitarono.

[Francesca Taormina CVX Palermo]

I piedi di Pietro

Eccoci, è quasi Pasqua, e come sempre noi dobbiamo correre di qua e di là, perché i nostri uomini devono fare un sacco di cose… e a noi chi ci pensa mai? Siamo sfiniti… sempre dentro a questi calzari puzzolenti, per correre dietro a questo Maestro che gira come un matto per la Galilea, poi la Samaria, per giungere fin qui a Gerusalemme…

Secondo noi non è umano. Come fa a non essere mai stanco? Deve avere qualcosa, qualcosa che cambia anche chi gli sta intorno, perché nonostante le nostre fiacche e le fitte che ci prendono ogni tre per due, Pietro gli corre dietro senza colpo ferire!

Oh! Ecco, finalmente ci fermiamo, Pietro e gli altri han deciso di cenare, di far festa, e finalmente noi ci possiamo riposare… magari un bel bagno, un pediluvio… no… come sempre lava le mani e il capo e poi ci dà sotto! Ti piace mangiare, vero Pietro?

Ma cosa sta succedendo? Cos’è questo trambusto? Da qui, sotto al tavolo, non vediamo, non capiamo… Dove sono finiti i piedi di Andrea? E quelli di Giacomo e Giovanni? Oh no! Pietro, stai fermo! Non vogliamo andare da nessuna parte!

Ah, ecco, arriva il Maestro… ma come si è combinato? Che buffo! Aspetta… ma mica ci vorrà lavare… no! Puzziamo troppo per Lui! Nooo…

Che bello… che sensazione di rilassamento e protezione… che tepore infinito…
Ah, Pietro caro, per fortuna siamo stati qui e lo abbiamo lasciato fare… e ora? Vuoi che ti faccia anche il bagno? Suvvia, non esagerare…

Certo che questo Maestro è proprio grande: si preoccupa di tutti e di tutto! Anche di noi poveri piedi, sudici, puzzolenti, stanchi… e dice anche che si devono prendere cura di noi, e ognuno dei piedi del fratello. Allora è vero, non siamo proprio l’ultima delle parti del corpo a cui pensare! Con Te, Maestro, anche noi abbiamo un ruolo. Maestro, d’ora in avanti non ci lamenteremo più se Pietro ti correrà dietro, se andrà in ogni dove con Te e per Te, perché Tu ti sei speso per noi, e noi vogliamo spenderci per Pietro e servirlo perché lui Ti possa onorare come Tu meriti.

[Laura Scaglia CVX Maria Immacolata Bergamo]

Come sempre… anche io ero lì

Questa cosa non la sopporto, è una scena irritante. Ne ho visti tanti di profeti, illuminati e ciarlatani, di varia indole, in tutte le parti del mondo. Ma uno che attira le folle con segni (lo ammetto) notevoli, parole da manipolatore efficaci (ammetto anche questo, devo ricordarmene alcune perché mi ha dato spunti interessanti), insomma uno che ha un indubbio successo in queste terre di Galilea e Giudea… ora che fa? Che cosa sta facendo sto’ tipo? Anziché iniziare a trattare con i romani (quelli mi piacciono: efficaci, semplici, diretti… ottimi clienti), far cacciare questi scemi di governatori ebrei (degli incapaci nei loro palazzi dorati, insopportabili loro e tutto il loro popolo… con quel pregare mieloso e quella supponenza che si portano dentro da secoli) e prendere il potere qui, a Gerusalemme, che non sarà Roma ma non è male come location, …che fa? Ma guardalo!

Si nasconde in questo scantinato, lava i piedi a quei quattro scalzacani che lo seguono, dei poveracci ignoranti che uno come me neanche prendeva in considerazione. Lo ripeto questa scena mi irrita molto.

Ho provato diverse volte con Lui, senza successo. Quando si ritirava a pregare il Padre io c’ero sempre: subdolo ma presente, come faccio con tutti gli uomini. Ma non mi ha fatto mai entrare, fin da quei giorni ormai lontani nel deserto. Rifiutava tre cose che tutti vogliono: l’avere, il valere e il potere. E poi i suoi gesti e le sue parole sono stati un crescendo. Mi hanno spiazzato diverse volte. Parla al cuore degli uomini, dice di volergli bene, li guarisce dentro, li fa sentire felici e liberi, gli infonde coraggio e gli fa riscoprire la vera profondità della loro natura, quella di amare il prossimo. No, a me non può piacere perché io sono il nemico della natura umana, non posso comportarmi diversamente. Almeno per ora…

Insomma in questo meraviglioso e granitico impero, che si basa su una bella, semplice, ferrea legge punitiva di chi sgarra, senza pietà (sì, va bene, loro c’hanno questa pietas, ma è una cosuccia, credetemi) quando in una lontana provincia un tizio comincia a dire che bisogna perdonare e amare i nemici… e ha pure un certo seguito… non c’è da ridere… bisogna fermare queste parole.

Non sono quelle giuste per gli uomini, non appartengono alla loro natura. Gli uomini sono sciocchi, amano le cose banali: avere tante cose, sentirsi importanti e lodati, avere potere sugli altri. Sono le cose che io so ben gestire e voglio farlo ancora con loro. Ho in serbo grandi cose per questi sciocchi: dei fantastici periodi di prosperità del male! Segni terribili dal cielo, stermini di popoli e calpestio di esseri viventi (affliggeremo molto i bambini e le donne, vedrete).

Immagino anche un periodo di prosperità e ricchezza, in cui questi uomini si crederanno invincibili con macchine potenti, ma basterà un microscopico organismo parassita per metterli in crisi. È nella loro natura essere malvagi ed egoisti e avere una paura folle della morte, non c’è dubbio.

Ma siccome questo tipo non lo riesco a bloccare (guardalo… ha lavato i piedi a tutti dicendo parole incomprensibili… temo che li ami veramente… ma non una cosa sessuale che ci stava pure, ma un amore puro e vitale… un pazzo insomma) mi sono lavorato uno dei suoi seguaci, un bifolco che si chiama Giuda.

Gli ho fatto credere che gli Ebrei vogliono il suo capo per aiutarli a prendere il potere contro i romani, o robe simili… insomma, siccome questo Giuda non ci stava capendo più niente gli ho messo nel cuore delle idee piuttosto semplici e realistiche. Umane. E gli ho fatto dare anche dei soldi: probabilmente una parte la darà al gruppo che, sinceramente, mi pare ne abbia bisogno, e un po’ se li terrà per compensare il tempo che ha perso.

Ora speriamo che le guardie al soldo dei romani non si rammolliscano e facciano velocemente il loro dovere. Insomma questo è il mio disegno: toglierlo dal gruppo, un bel processo, lo buttano in prigione per un bel po’, i seguaci si disperdono e poi… basta con le parole piene di smancerie, tutti a casa, a lavorare, alle abitudini, all’ordinario… io nell’ordinario opero a meraviglia!

Il disegno dovrebbe funzionare: ho solo l’ansia che questi romani ci vadano giù troppo duro e lo condannino a morte, con quel rito spettacolare della croce che si sono inventati. A me diverte molto di solito, ma questo tizio ha detto che risorgerà. ‘Sta cosa è un tarlo che mi rode, ma per quanto inverosimile, da uno che dice di amare i propri nemici, ci si può aspettare di tutto. Nel caso sarei impreparato. Non ci voglio pensare.

Se non l’avete capito, io sono il diavolo.

[Romolo Guasco CVX Capitolo 15 Roma]

Filippo

Il mio nome è Filippo. Gesù mi ha voluto per sé; è partito dalla Galilea per cercarmi, mi ha trovato e chiamato: «Seguimi!».
Di natura sono un entusiasta e un pragmatico, ma il mio pragmatismo mi impedisce a volte di abbracciare con lo sguardo e col cuore la realtà che Gesù cerca di mostrarmi.
Ora vedo il Signore davanti a me, inginocchiato davanti ai miei piedi, alle mie sporcizie, alle mie cadute, alle mie durezze. È lì a strofinare per far sì che tutto torni pulito, fresco, pronto a un momento così importante e a riprendere poi il cammino. Lo contemplo mentre compie questo gesto. Si avvicina, alza il viso cercando il mio, e i nostri sguardi si incrociano; per un attimo, perché io subito abbasso gli occhi imbarazzato.
Sento le sue mani, le mani del Signore, che mi slacciano i calzari e delicatamente cominciano a versare acqua sui miei piedi. Lo guardo. Mentre lo fa sorride. Non so perché lo faccia: forse scrostando la mia sporcizia rivede ciò che l’ha fatta depositare lì, rivede le strade che ho percorso, quelle che mi hanno donato la vita e quelle che mi hanno condotto lontano da Lui, magari con la consapevolezza che mi sarei infangato. Tutta la mia vita con i suoi balzi in avanti e le sue resistenze è ora nelle mani del Signore.
Il suo è un sorriso di tenerezza, come quando si cambia un neonato… è un sorriso che arriva diritto al cuore. Poi asciuga i piedi con l’asciugatoio; mi sento avvolto da uno strano calore, come se un abbraccio mi circondasse. E il mio cuore non può trattenere la lode.
Grazie, Signore, perché non c’è tradimento che ti faccia desistere dall’amarmi con tenerezza. Anzi la mia debolezza t’intenerisce ancora di più. Quanti buoni propositi, quante promesse, quanti progetti di servizio crollati di fronte alla mia indifferenza.
Alla fine di tutto, nel mio niente, ci sei sempre Tu a lenire la mia stanchezza e a curare le mie ferite. Fino in fondo ci sei Tu. In quel fondo che a volte il mio cuore esplora. Anche là tu sei, perché sai che lì ci sono io e che avrò bisogno di essere consolato dopo l’ennesima caduta. E trovo Te e il tuo sorriso di tenerezza.
Ora «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre… è l’anima mia» (Sal 131, 2).

[Claudio Meliadò CVX Immacolata e San Luigi Reggio Calabria]

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