Il segreto della montagna, un racconto ritrovato

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Il segreto della montagna

Ai piedi del monte il terreno era arido, duro, sassoso. Ioba guardò a destra e i suoi occhi rimasero accecati dalla luce del sole bruciante, gigantesco incendio nella gola del cielo. A sinistra restava il deserto che aveva appena attraversato, tormentato dalla sete, ristorato soltanto dalla pioggia sottile e rada che bastava a malapena a inumidire le labbra.
Malgrado tutti i rischi. Ioba aveva intrapreso il lungo viaggio, disposto a scalare la montagna. Aveva affrontato bande di briganti, armati di pugnali, e fiere bramose di azzannare una preda che potesse placare la loro fame.

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Prima di partire in cerca della montagna, Ioba era stato molto incerto. Abitava in una città sul mare, e là godeva l’incanto meraviglioso dei colori e la musica delle piazze stipate di mercanti. Si inebriava nel vedere le belle schiave esposte in vendita e, affascinato, i suoi occhi brillavano come stelle. Gli piaceva ascoltare sugli angoli delle strade la seduttrice melodia dei trovatori, che nelle sue orecchie vibrava come un canto magico. Sotto tende riccamente decorate, accarezzava con le mani la seta bianca come la perla e tastava il lino fino e morbido che provoca un dolce brivido al contatto con la pelle. Andava nelle taverne e gli bastava una monetina d’argento per bere il vino delizioso di uva verde, schiacciata dalla danza delle vergini. Nel fremito della piazza piena di movimento, respirava il profumo del garofano e l’aroma inebriante dell’oppio.
Da molti anni Ioba aveva udito parlare della montagna che stava oltre il deserto. Solo pochi vi erano giunti vicino, poiché attraversare il deserto era un’avventura pericolosa e costituiva un’impresa tanto seria che poteva essere affrontata solo dai più coraggiosi. E anche tra coloro che erano riusciti a raggiungere la montagna, erano stati rarissimi coloro che avevano osato scalarla. Era un’impresa rischiosa e ardua. Molti preferivano ritornare ancora prima di giungere a metà strada.

Ma il viaggio continuava a esercitare una misteriosa attrattiva per il silenzio di coloro che erano riusciti e avevano raggiunto la cima della montagna. Questi uomini, ritornati in città, venivano circondati dalla moltitudine ammirata, che aspettava ansiosa il racconto del viaggio. Ma sebbene tentassero di dire una o due parole li tradivano, e non si udiva nulla se non un sussurro che esprimeva meraviglia.

Ioba aveva deciso di partire e ora aveva terminato la traversata del deserto. Ma si sentiva estenuato. I giorni trascorsi sotto il sole e sotto le tempeste di sabbia, che strappavano le vesti e tagliavano la pelle, erano stati difficili e amari.

All’inizio dovette concentrare tutti i suoi pensieri e la sua volontà sulla montagna, per poter resistere alla nostalgia del mormorio della piazza ornata di tessuti e rilucente di pietre preziose. Diverse volte si sorprese con l’immaginazione vivida delle schiave offerte dai mercanti, ma non ritornò, soltanto perché il mistero della montagna attraeva fortemente il suo cuore. Provò nostalgia della musica dei trovatori, che nel silenzio della notte gli invadeva l’anima. Quando la sete l’attanagliava, ricordava quel vino di uva verde, e riusciva a proseguire il cammino soltanto perché il vento della morte che flagellava i pellegrini del deserto gli faceva dimenticare l’odore magico che impregnava la piazza in festa.

Di fronte alla montagna, Ioba si sentì piccolo come un grano di mostarda. Provò la tentazione di rinunciare, ma pensò che non conveniva attraversare di nuovo il deserto, senza almeno aver tentato di scalare quel fianco scosceso che si ergeva di fronte a lui.

Iniziò subito la salita, attraversò enormi petraie che gli facevano tendere i muscoli e gli laceravano le carni. Il passaggio tra le rocce era stretto e irto di punte aguzze che moltiplicavano le ferite del pellegrino. Ioba sentì che la sua pace interiore si dissipava di fronte a questi ostacoli, ma riunì tutte le proprie energie per superarli. Non voleva ripetere il gesto di altri che erano tornati appena una scaglia di roccia aveva aperto una prima ferita nei piedi. Inoltre si sentiva pervaso da una strana forza alla quale Ioba si affidava.

La prima notte sulla montagna fu lunga e penosa. Ioba si sistemò una pietra fredda come il ghiaccio e sopportò una tempesta di grandine. Le sue orecchie abituate alla musica della cetra, vennero sferzate dal sibilo angustioso del vento. Le sue mani divennero dure come quelle di un cadavere. Nell’oscurità, i suoi occhi cercarono invano qualcosa che potesse consolarlo di quell’amarezza. Le belve avevano circondato la sua tenda e molte volte si era sentito scuotere dalla paura, così, come una mano tremula agita un campanaccio.

Finalmente il velo della notte si lacerò al contatto dei primi raggi del sole, e l’aurora illuminò la montagna, finora nascosta dal deserto. Le pietre divennero brillanti come l’argento lucidato. Ioba fu allora invaso da una grande pace.

Il cuore del pellegrino sembrava un bocciolo di rosa che sta per aprirsi. Gli venne voglia di restare là, sdraiato sulla pietra, riscaldato dal sole e accarezzato dalla brezza lieve del mattino. Ma vide che era impossibile. Nessuno poteva fermarsi a mezza costa. O proseguiva la scalata o ritornava in basso. Ma una forza più grande di lui lo spingeva a continuare. Ioba voleva scoprire il segreto che si nascondeva su quelle cime, e portarlo sulla piazza della città.

Il secondo giorno, camminò per un pendio coperto da una vegetazione non fitta, ma interamente irta di spine. Gli sembrava di camminare sulla brace. Da qualsiasi parte si girasse, un’infinità di denti acuti si infliggevano nelle sue braccia, nelle sue gambe, e gli foravano la testa. Per poco non perdette un occhio, trafitto da una di queste spine…. Nuovamente la pace che albergava nel suo cuore era scomparsa. Sembrava che fosse stata inghiottita dal pomeriggio ardente che annebbiava di vapori il deserto e la montagna. Però, la carne di Ioba non era più così sensibile alle prove. Il sangue coagulava rapidamente come una lacrima di rugiada e le ferite si ricoprivano di cicatrici che sembravano tessute dalle mani agili di una fata.
Soltanto sul finire della giornata la pace ritornò e Ioba si addormentò sognando voli d’angeli. Ma nel cuor della notte una terribile fiera attaccò l’accampamento. Fu svegliato di soprassalto dalle urla della belva affamata, balzò in piedi sostenuto da un coraggio che non aveva mai avuto. Sull’orlo dell’abisso, l’uomo e la fiera si avvinghiarono in una lotta furibonda e, nelle ombre della notte, si confusero in un’unica immagine diabolica. Con molta difficoltà Ioba spezzò la resistenza dell’animale e lo scaraventò giù per le gole rocciose. L’animale lanciò un grido che fece tremare la terra. Madido di sudore, Ioba ritornò nella sua tenda e riposò come un bambino cullato da versi d’amore.

Il terzo giorno, dopo aver superato oltre metà del cammino, Ioba scalò una scarpata dove la terra era umida e morbida e i venti tiepidi e miti. Però, quando il sole aveva già raggiunto la sua maggiore altezza, si verificò un’eclisse e il cielo divenne nero come la pece. Il pellegrino non riusciva a vedere nulla, neppure le proprie mani stese davanti al volto. Cercò di procedere alla cieca indovinando la strada, ma sentì un piede sospeso nel vuoto e ritornò indietro. Cercò di andare in direzione contraria, ma si trovò di fronte a un’immensa parete di pietra. Era impossibile capire ciò che stava succedendo, soprattutto perché il buio del cielo aveva invaso il cuore di Ioba. Solo la speranza che quella situazione non fosse eterna lo sostenne.

Verso il tramonto, il cielo si aprì in un palpito sereno di pace, coronato dal più bell’arcobaleno. Il pellegrino vide, allora, che si trovava vicino alla vetta della montagna. Aveva voglia di correre, ma invano: la scalata è sempre lenta e progressiva. Contemplò là in basso il deserto ondulato, immerso nella sua magnifica solitudine. Nel silenzio della montagna udì la sinfonia degli angeli.
La notte fu penosa per l’aspettativa. Appena le tenebre si dissiparono, Ioba riprese la salita, poiché mancava poco. Per strada trovò un giardino tutto fiorito, attraversato da un piccolo fiume, dove scorreva il miele più puro. Poco sopra, c’era un frutteto dai frutti squisiti e profumati. Ioba si lavò sotto una soave cascatella e saziò la fame con radici dolci.

Quasi in vetta alla montagna, incontrò un lupo, un leone e un agnello. I tre animali giocavano insieme. Il pellegrino non ebbe paura quando essi, sorpresi, lo guardarono incuriositi. Il lupo si avvicinò e leccò i piedi di Ioba. Il leone ruggì allegramente e abbassò la testa, perché le mani del pellegrino affondassero nella sua criniera. L’agnello gli balzò in braccio e, insieme, raggiunsero l’ultimo traguardo.

Quando Ioba giunse sulla vetta della montagna, i suoi occhi videro ciò che nessuno poté mai narrare. C’erano tre giovani dai volti luminosi come il sole e dalle vesti risplendenti di bianco. Ioba, meravigliato, montò in fretta la sua tenda e si mise a cercare rami e foglie per fare altri tre rifugi. Ma, all’improvviso, una nube luminosa l’avvolse ed egli nulla poté vedere se non l’ineffabile.

I giovani gli dissero di uccidere l’agnello e di mangiarne la carne arrostita a fuoco lento. Così il pellegrino fece. Quando ebbe terminato di mangiare, fece una specie di spugna con zolle di muschio, la inzuppò nel sangue dell’agnello e la sfregò sul volto del primo giovane. Vide allora che il giovane era egli stesso rivestito di un corpo glorificato.

Tinse il volto del secondo giovane e in lui riconobbe il volto di tutti i popoli che abitano la terra.
Quando stese la mano per svelare il segreto del terzo giovane, questi lo impedì, dicendo: mi incontrerai negli altri e in te stesso.

Una settimana dopo, Ioba ritornava alla piazza della città. Tutti corsero per salutarlo, sperando che, infine, dicesse qualcosa sul mistero della montagna.

Di fronte alla moltitudine stupefatta, l’unico gesto di Ioba fu di aprire le mani e mostrare due ferite che non si chiudevano.

(Il segreto della montagna è un racconto trovato su un foglio nel penitenziario regionale di S. Venceslau Dicembre 1972)

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