Penisola balcanica (da Gentes, 04/2008)

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penisola balcanica | cvxlms.itLa crisi del sistema jugoslavo e l’ascesa dei partiti nazionalisti nella penisola balcanica: i perchè di una guerra

Quando si parla di Bosnia Herzegovina o della cosiddetta “questione Balcanica” a tutti viene in mente qualche film di Emir Kusturica o di qualche immagine del Viale dei cecchini trasmessa da qualche TG pro tempore, ma a pochi viene da chiedersi del perché di tanta assurda violenza. Dove sono le radici di quel massacro? Dove risiedono le ragioni di tanta disumanità? Perché durante la “presidenza” di Tito la Jugoslavia era un modello di pacifica convivenza fra popoli di diverse culture e dopo la sua morte è diventato l’inferno di cui noi tutti abbiamo sentito parlare?

La Quarta Costituzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia (RSFJ) fu definitivamente promulgata dal Consiglio delle Nazionalità il 21 febbraio del 1974. Il nuovo assetto si basò sull’ipotesi che l’aperto riconoscimento delle differenze tra le nazionalità e la formazione di un meccanismo costituzionale adatto a riconciliare queste diversità, potesse condurre ad un volontario riconoscimento degli interessi comuni, e alla propensione a lavorare insieme.

La Costituzione del 1974, la più lunga del mondo contemporaneo, con i suoi 406 articoli, affrontava i rapporti della Federazione e dell’organizzazione della stessa. Da subito, una buona parte della dottrina giuspubblicista occidentale notò come la Jugoslavia non dovesse più considerarsi una Federazione, ma una Confederazione di Stati, in quanto le Repubbliche e le Province autonome (il Kosovo e la Vojvodina) intervenivano in ogni settore con numerosi poteri di veto: occorreva l’unanimità per le riforme costituzionali, la partecipazione paritaria nei diversi organi costituzionali federali e il diritto di secessione riconosciuto ai popoli. Questo fu l’atto conclusivo di un lavoro durato anni e avviato dal presidente della Repubblica Josip Broz, conosciuto come Maresciallo Tito, pochi anni prima della sua morte.
Con la quarta Costituzione della Federazione si riaffermava la formula dell’autogestione – o forse più corretto dire si radicalizzava –, e ciò che era stato sbandierato come uno dei caratteri distintivi del socialismo jugoslavo ne avrebbe determinato la tragica fine. Tito aveva intuito sin dall’inizio che il sistema dell’autogestione e delle autonomie sarebbe solo servito a controbattere chi l’accusava di scarsa democraticità, provvedendo a placare le ire interne, e sapeva anche che un siffatto sistema avrebbe retto fintantoché il governo centrale era tenuto da una mano forte e dall’organizzazione del partito, ma soprattutto fino a quando la polizia politica e i servizi segreti sarebbero stati in grado di esercitare un fitto controllo su tutte le attività del Paese. Quando sono venute a mancare queste condizioni, con la morte del Maresciallo e con la conseguente perdita di autorità del potere centrale, l’autogestione e le autonomie locali sono state grandi responsabili del progressivo sfaldamento del sistema jugoslavo. A tal proposito vari sono gli esempi che si possono riportare. Essi hanno paralizzato il governo federale tutte le volte che c’era da prendere qualche importante decisione concernente l’intera collettività dello Stato in materia, per esempio, di controllo dell’inflazione e del debito estero.

Non solo le Repubbliche, ma anche le più piccole comunità politico–sociali pretendevano di dettar legge facendo sentire la volontà degli organismi di base, ovviamente condizionati da interessi particolari e da preoccupazioni demagogiche. A causa delle riforme della Costituzione del 1974, il Governo centrale era stato progressivamente svuotato di qualsiasi potere coercitivo e dal momento che il concetto di autonomia era stato applicato anche al sistema bancario (ogni Repubblica aveva la propria banca centrale), ciò che si verificava era che le banche e gli istituti di credito non si risparmiavano a finanziare le iniziative locali, anche le più immotivate.

Durante gli anni di Tito molti jugoslavi, anche di idee progressive, sostenevano che l’ammissione del pluralismo politico e l’autorizzazione di un sistema pluripartitico avrebbero fatto correre ad un Paese così composito il rischio di un’accentuazione delle sue distinzioni interne, che avrebbero poggiato più su basi nazionali che ideologiche. Ma, guardando al corso degli eventi, questo è stato proprio l’effetto delle riforme kardeljane del 1974, basate sul decentramento e su una democrazia più o meno diretta, che avrebbe dovuto sostituire una reale democrazia politica. Per la penisola balcanica la mistificazione della democrazia è stata ben più pericolosa della vera democrazia. Non ci resta che ripercorrere brevemente le tappe che hanno portato alla disgregazione della Federazione Jugoslava a partire da chi ne porta la responsabilità primaria: il capo serbo Slobodan Milosevic. A lui è infatti attribuito lo scatenamento dei nazionalismi nella penisola balcanica, attraverso il riproporre il discorso di una Serbia che Tito avrebbe voluto comprimere e sacrificare nel rapporto con le altre componenti della Federazione Jugoslava. In questo, il Milosevic ebbe gioco facile giacché i serbi rappresentavano l’etnia più popolosa della Federazione (circa il 36% dell’intera popolazione). Gli autori sostenevano anche l’esistenza di una politica discriminatoria nei confronti dei serbi residenti in Croazia e chiedevano un’inversione di rotta; in particolare l’abrogazione della Costituzione del 1974 che aveva consentito, come già detto sopra, al Kosovo e Vojvodina di trasformarsi, di fatto, in Repubbliche. Il successo di Milosevic nel presentarsi come l’indispensabile campione dell’etnia serba in tutta la Jugoslavia favorì in modo decisivo la sua vittoria elettorale nelle prime elezioni multipartitiche indette in Serbia, nel dicembre 1990. Egli fu, infatti, rieletto alla presidenza a larga maggioranza e, sulla sua scia, il Partito socialista serbo (l’ex Partito comunista), vinse le elezioni, grazie anche allo stretto controllo esercitato sui media, ad alcuni brogli e, non da ultimo, all’aiuto indiretto ricevuto dal boicottaggio in massa delle elezioni da parte dell’etnia albanese del Kosovo. Da quel momento, e nonostante l’uscita di scena del suo principale fautore, la posizione di Milosevic è rimasta forte, anche perché, nonostante dissensi su temi di vario tipo, sulla questione cruciale del programma nazionale per una grande Serbia la politica del regime gode anche del sostegno dell’opposizione non comunista. Per le altre etnie, peraltro, tutta la controffensiva serba ha avuto l’effetto di rafforzare le tendenze anti–jugoslave, già forti in Slovenia e in Croazia.

Ma la minaccia di un ritorno alla supremazia di una nazionalità sulle altre non poteva che suscitare un riflesso incondizionato nelle altre parti della Jugoslavia. Questo riflesso prese le mosse proprio dalla Slovenia, vale a dire dalla Repubblica del nord più ricca e più filo–occidentale. Ecco che nel 1990 la delegazione slovena al congresso della lega dei Comunisti abbandonò i lavori rifiutando di riconoscersi in una struttura soprannazionale. Ciò provocò la scomparsa della Lega stessa e, quindi, dell’unico collante politico che era rimasto per tenere unite le Repubbliche. Oltretutto, lo scontro politico che si aprì tra le repubbliche fu violentissimo. Le sedi politiche federali erano ormai divenute un luogo di contrapposizione tra i vari esponenti nazionali, ognuno dei quali tendeva ad interpretare a proprio uso e consumo le norme di coordinamento federale. Infatti, le elezioni politiche del 1990 che, in mancanza di un partito comunista ormai inesistente, si svolsero su base pluripartitica, videro l’affermazione in ogni Repubblica dei partiti nazionalisti, e fu proprio in questi anni (1990–1991) che i parlamenti delle repubbliche approvarono statuti che prevedevano poteri legislativi ed esecutivi sovrani, causando una forte crisi del potere federale.

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Sommario

EDITORIALE

Contemplativi nell’azione: riflessioni in vista del Convegno Cvx di aprile, di Leonardo Becchetti

STUDIO

La crisi del sistema jugoslavo e l’ascesa dei partiti nazionalisti nella penisola balcanica: i perché di una guerra, di Domenico Auriemma

Prove di separazione in Kosovo, di Alma Lama

Croazia, al via il processo Gotovina, di Drago Hedl

Cappuccetto rosso va dai rom, di Franco Juri

La Lega missionaria studenti in Bosnia. Intervista semiseria a padre Mario Picech sj, di Cristiano Basso

MAPPAMONDO

MISSIONE E SOCIETÀ

Il fenomeno migratorio in Europa e in Usa: due modelli di inquadramento storico, giuridico e culturale a confronto, di Francesca R. Lenzi

VITA LEGA

Elezioni 2008: cosa chiediamo, come valuteremo, di Jesuit Social Network – Jsn

III DI COPERTINA

La biblioteca di Gentes

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Comunicazione importante: variazione coordinate bancarie

Per evitare seri problemi di accredito dei bonifici, in particolare per il prossimo Convegno di Padova, ricordiamo nuovamente che da diversi mesi è variato l’IBAN del Conto Corrente Bancario relativo alla BPM (ex Banca Popolare di Novara), nonché l’Agenzia di riferimento.

Comunichiamo di seguito le nuove Coordinate Bancarie a cui far riferimento:

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Via di Campo Marzio, 67/68 – 00186 Roma

IBAN:  IT21 T 05034 03201 000000125472

BIC:  BAPPIT21A61

L’intestazione del conto rimane invariata:

Comunità di Vita Cristiana Italiana (CVX Italia)

Via del Caravita, 8/A – 00186 Roma

Raccomandiamo vivamente di utilizzare soltanto queste coordinate e cestinare quelle relative all’Ag. 36, dato che quel conto è stato chiuso definitivamente.

Vi invitiamo anche a diffondere il più possibile questa variazione, perché nel frattempo sono arrivati diversi bonifici sul vecchio conto, con i conseguenti disguidi.