Lettura ed interpretazione della parabola del figliol prodigo

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Il secondo momento della drammatizzazione della parabola del figliol prodigo

II. Lettura ed interpretazione della parabola del figliol prodigo

A) INTRODUZIONE ALLA DRAMMATIZZAZIONE

1) Si legge insieme il brano evangelico. Si può scegliere tra due modi: a) far leggere una persona per tutte l’intero brano, ad alta voce; b) far leggere a ciascuno, in successione, una pericope del brano, sempre ad alta voce.

2) Terminata la lettura, si chiede di individuare i personaggi della storia narrata da Gesù (sia espliciti sia impliciti) il padre, i due figli, la gente del paese lontano, le prostitute, il “datore di lavoro” del figlio “prodigo”, i servi del padre, gli amici del figlio “giusto”. NOTA può essere d’aiuto per entrare meglio nella storia far scegliere un nome ai due fratelli, questo permette di sentire la storia più nostra, più vera e di rendere meno astratto il discorso. ( Ad esempio invece di dire figlio minore dire Andrea, Paola ecc.).

3) Si chiede, ancora, di enucleare i momenti fondamentali della storia: il rapporto tra il padre e il figlio minore, la richiesta dell’eredità da parte di quest’ultimo, la sua fuga da casa, l’esperienza della “perdizione” (errori, smarrimento, pericolo di vita, fame, umiliazione), il pentimento e la decisione del ritorno, l’incontro col padre, la festa, il ritorno del figlio maggiore e la sua protesta, la risposta del padre.

4) A questo punto si mette a fuoco la vicenda essenziale giocata dalla terna dei due fratelli e del padre: è una relazione di famiglia. Ci si chiede: “Che tipo di famiglia è questa?”, “Quale la relazione tra i due fratelli?”, “Quale quella tra il padre e i rispettivi figli?”. Si entra così nel merito della storia: studiandone le cause remote e immediate. Nelle risposte date dai partecipanti inizia il processo di coinvolgimento personale emotivo: ciascun legge la storia partendo dalla sua esperienza, dai suoi pregiudizi, dalle sue paure, dalla sua curiosità. I partecipanti si rendono conto della differenza d’approccio al testo e iniziano a voler dibattere tra loro sulle interpretazioni.

5) Si conduce il dibattito facendo in modo che avvenga pacatamente, con ordine e rispetto d’ascolto. Si fa in modo che le provocazioni reciproche servano il fine di una migliore comprensione delle possibilità di lettura del testo, attraverso lo stimolo del dubbio.

B) DRAMMATIZZAZIONE DEI DUE FRATELLI E DEL PADRE

I due fratelli

Per le successive drammatizzazioni si propongono due modi di drammatizzare: Il primo con una scena d’alcuni partecipanti più coinvolti e poi la suddivisione in gruppi. Il secondo con l’immediata suddivisione in gruppi, vediamo. Il primo: È giunto così il momento della drammatizzazione, per capire più in profondità la storia, ossia il senso dell’interpretazione personale della stessa, occorre “calarcisi” dentro, “Chi di voi vuole dar corpo ai due fratelli? Vogliamo vedere che tipi sono”. Si suggerisce una possibile attualizzazione del contesto della storia, curando che sia vicina nel tempo e nelle condizioni di vita ai partecipanti. Ad esempio, se sono adolescenti, si proporrà una situazione tipica di vita familiare dove il figlio minore frequenta la scuola secondaria superiore in modo svogliato e fannullone: il fratello maggiore, invece, già lavora nell’azienda di papà che è un grande imprenditore, uomo corretto, generoso, instancabile lavoratore. Tra i fratelli c’è tensione. Il più grande protesta verso il più piccolo per il suo menefreghismo e vanta le proprie qualità morali: i principi morali ricevuti dal padre. Nella drammatizzazione sarà compito dell’animatore far sì che la verosimiglianza della rappresentazione cresca: per questo chiederà, al termine della scena, il parere agli spettatori. A quelli apparentemente più coinvolti chiederà di immedesimarsi e svolgere loro il ruolo criticato, in questo modo ci saranno più coppie in azione, successivamente, e presumibilmente l’esito della rappresentazione migliorerà.

NOTA

Il secondo: Un modo per svolgere questa drammatizzazione può essere anche quello di descrivere i due fratelli facendo emergere lati positivi e negativi. Si chiede poi di di vedersi ad esempio da un lato della sala, nella quale ci si trova, i fratelli minori e dall’altra i fratelli maggiori. Chi è indeciso intanto può schierarsi per simpatie, e caso mai chiarirsi le idee durante lo svolgimento della drammatizzazione. I membri possono durante lo svolgimento della drammatizzazione, cambiare di gruppo. A questo punto un partecipante alla volta, per ogni gruppo, può fare delle affermazioni partendo da una situazione (si veda l’esempio). Qui anche gli animatori si possono coinvolgere perché il dialogo mantenga una veridicità.

Esempio di dialogo tra i fratelli Mattino presto. Il fratello minore è a letto, reduce da una delle tante serate di divertimento al pub. Il maggiore sta per andare a lavoro, quando, osservandolo, non riesce a contenere il suo sdegno per l’immagine debosciata che ha dinanzi. Lo scuote e lo redarguisce: “Vergognati! Mi fai schifo! Non sai far altro che spassartela e poltrire. Son convinto che neanche oggi andrai a scuola”. “Lasciami stare deficiente! Non vedi che sto dormendo?!” “Mollusco che non sei altro, tu dai ordini a me? Come ti permetti?! Non hai dignità né rispetto per nessuno. Non ti curi di tuo padre che lavora giorno e notte per te. Te ne freghi. Non vedi mamma, i sacrifici che fa. Non ti curi dell’azienda di nostro padre. Te ne infischi di noi. Sei un parassita, ecco quello che sei!” ”E perché mai mi dovrei interessare di queste stronzate?! Non ci capisco e non ne voglio capire. Vacci tu nell’azienda: quello è il tipo di vita che interessa a te. A me non importa” “Ah è così! E cosa ti interessa, bel principino? Parassita che non sei altro, non vedi che ogni giorno tuo padre ed io ci alziamo alle cinque, per dar da mangiare a te, razza di idiota?! Ogni giorno lavoro come un negro per aiutare papà, per tenere su l’azienda che con tanti sacrifici ha messo su dal niente: non conosco una festa, una discoteca; niente donne, niente fumo, niente divertimento”. “E che razza di vita è la tua? E io dovrei ammazzarmi come te per niente? Ma guarda che discorsi. Sei un imbecille, ecco che cosa sei! Non capisci niente della vita: non sai far altro che ripetere le giornate morte e senza senso di papà. Siete in grande errore, cari miei. Non spenderò la mia vita dietro conti e tabelle, a fregarmi gli occhi, panciuto occhialuto, calvo e rincoglionito, schiavo di un lavoro di merda come il vostro”.

Il padre

In questa prima drammatizzazione potrebbe comparire anche il padre, benché non sia necessario. Si terrà conto, a tal fine, dell’andamento della rappresentazione, se questa dovesse procedere bene, animatamente; se il fratello maggiore dovesse risultare una figura abbastanza forte, non sarebbe il caso di introdurre la figura patema.

NOTA

La figura paterna può essere necessaria se i due fratelli fanno fatica nel dialogo, ma per non appesantire la drammatizzazione è meglio non inserire questa figura. Piuttosto può essere un animatore che facendo la figura del fratello maggiore provoca, con poche frasi la discussione, e quando la discussione si accende si defila. Così può essere per il fratello minore, caso mai i membri di questo, siano persone che faticano nel difendersi o ad accusare. L’animatore qui funge da “provocatore di folle”deve essere abile a stuzzicarli, con poche parole, e bravo a defilarsi quando i vari partecipanti cominciano a vivere la drammatizzazione come un fatto personale.

Gli schieramenti opposti (primo modo di drammatizzare)

Al termine della drammatizzazione, si chiederà ai partecipanti di schierarsi a favore dell’uno o dell’altro figlio, lasciando che i dubbiosi possano non farlo. Sarà molto efficace l’invito ad occupare il lato sinistro o destro della stanza a seconda che si parteggi per l’uno o l’altro fratello. Si chiederanno altresì le ragioni di una simile scelta, cercando di chiamare in causa anche i dubbiosi che evitano di prendere posizione. Questo aiuterà loro a coinvolgersi ancora più personalmente nella vicenda, avendo la sensazione di “compromettere” la loro vita al seguito dell’una o dell’altra parte. L’esposizione delle ragioni della scelta potrà convincere il dubbioso a scegliere o qualcuno della “fazione” opposta a mutare parere: questo mostrerà la possibile debolezza delle ragioni di una scelta e la fatica di una scelta autentica.

C) DRAMMATIZZAZIONE DELL’ISTIGAZIONE DEL FIGLIO MINORE A FUGGIRE

L’istinto alla fuga

Il figlio minore non regge più il conflitto con il fratello. È stufo dei condizionamenti familiari, è stufo della scuola. Vuole liberarsi dal peso della figura paterna. Vuole scansare la minaccia di una vita “schifosa” e senza piacere come quella del padre e del fratello. Vuole essere libero di sognare e di fare come crede. Sogna posti incantevoli, lidi tropicali, giochi d’azzardo e tanta libertà. Alcuni amici lo hanno consigliato. Qui può andarci una piccola rappresentazione riguardo al giro di amici, ai locali frequentati, alla vita da sballo suggerita da certi “contatti”.

Esempio di dialogo del figlio minore con l’istigatore

Il proprietario del pub ha da qualche tempo adocchiato il ragazzo; ha saputo che è ricco, vuole approfittarne. Così se lo lavora ai fianchi e gli propone un piano per “scucire i bigliettoni a papà”. “Non hai mai pensato a Cuba? Belle donne, bella vita. Soldi che fruttano soldi senza il minimo sforzo”. “E che ne so io di Cuba?”. “Fatti furbo, inventa una storia con papà, fagli credere che hai capito tutto della vita, che vuoi essere artefice del tuo destino e che vuoi metterti in proprio. Dì che hai conosciuto un pezzo grosso, un figlio di papà come te che la sa lunga: il figlio di un grande azionista americano. Non sei stato in America tu la scorsa estate? Digli che il tizio ti ha proposto grandi affari e che ci vogliono i quattrini per l’impresa”. “Ma sei pazzo? Non mi crederebbe mai!”. “Fatti furbo, prendi tuo padre dal lato debole: sai che ha sempre sperato che fossi un manager come lui: digli che hai capito finalmente. Proponigli di darti metà del patrimonio e digli che se l’affare andrà male non ci saranno rogne per lui: fra un po’ sei maggiorenne. Insisti che vuoi farti da te come lui ha fatto.. .”. Questa è solo un’ipotesi che sarà formulata dall’animatore qualora i partecipanti facessero difficoltà ad immaginare scenari così “improbabili” per le loro modeste vedute. Occorrerà magari abbozzare in prima persona un monologo del figlio minore che pensa la possibilità di un simile progetto. Il figlio mette su un discorso da rivolgere al padre: è deciso ad andarsene per sempre da casa. Deve convincere il padre a dargli la parte di patrimonio che gli spetterebbe alla morte di questi.

D) DRAMMATIZZAZIONE DELLA RICHIESTA DELL’EREDITÀ

Finalità

L’obiettivo immediato di questa drammatizzazione è portare i partecipanti a vivere il problema del rapporto con la figura paterna, magari a ritornare indietro nel loro passato personale e rivivere il conflitto “generazionale”, per ascoltare istinti repressi e prendere per mano ferite nascoste. Qualcuno protesterà la tranquillità della sua esperienza in merito. Si potrà invitare allora a rappresentare la figura paterna. L’obiettivo mediato è suggerire la possibilità di comprensione della “novità” della risposta del padre al figlio minore. Colui o colei che interpreterà il padre presumibilmente troverà difficile concedere al figlio minore una somma così ingente, lasciando che vada via per sempre. Qui apparirà lo “scandalo” dell’apparente debolezza paterna: “Cose dell’altro mondo…”. Entriamo, in questo modo, in alcune delle verità più sconvolgenti e importanti di carattere teologico: l’amore di Dio Padre e la libertà dell’uomo. Esempio di dialogo “Papà, posso parlarti di una cosa seria?”. “Hmmm… Cosa c’è di nuovo? Cos’hai che non va? Soldi?”. “Papà, è più serio di quel che pensi”. “Parla, dài!”. “Papà, ti ricordi di quando sono andato in America l’estate scorsa?”. “Ebbene?”. “Beh, ho capito che avevi ragione: che il lavoro è una cosa seria. Ho pensato e ripensato, da allora, al mio futuro: ho capito che se voglio essere un uomo devo smetterla di perdermi dietro i sogni e devo seguire la tua stessa strada”. “Non credo alle mie orecchie. Cosa hai detto? Sei sicuro di quello che dici? Sono anni che spero che ti metta la testa a posto. C’è una scrivania per te accanto al mio ufficio: aspetta soltanto che tu sia pronto”. “Papà, scusa ma io ho altri progetti”. “E quali sarebbero?!”. “Ti dicevo dell’America… Ho incontrato il figlio di un grande azionista.. .”. E così via, il figlio spiega al padre il progetto e, infine, gli chiede con la faccia tosta ben 500 milioni: la parte di eredità che gli spetta. Il padre è allibito e umiliato: o il figlio è pazzo o lui è già morto… Lui non conta più niente per il figlio. Ma questo figlio è mai stato veramente suo figlio? … Come andrà a finire il dialogo? Il padre sborserà i quattrini o no? I partecipanti devono essere liberi di far approdare il dialogo secondo la sua esigenza interna. Potrebbe darsi che il padre non dia i soldi (molto probabile). A questo punto la drammatizzazione dovrebbe sostare a lungo per permettere il dibattito. Qui il dibattito dovrebbe toccare un apice. Per la seconda volta l’animatore invita a schierarsi: questa volta col figlio minore o col padre.

E) DRAMMATIZZAZIONE DELLO SMARRIMENTO E DEL PENTIMENTO DEL FIGLIOL PRODIGO

Dalla storia al monologo

A questo punto i partecipanti sono entrati in pieno nella drammatizzazione e dovrebbero condurre essi stessi la storia: immaginarne l’ulteriore svolgimento. Il figlio va a Cuba: investe parte del danaro in imprese edili o finanzia un’impresa agricola; col resto gioca d’azzardo e si diverte. L’investimento si rivela sbagliato, perde tutto e si riduce al lastrico. Per rimediare forse entra in un giro di spacciatori di coca o fa il sicario (parentesi sul brano biblico: il lavorare con i porci fa riferimento ad una situazione di estrema umiliazione e di grande peccato). L’animatore può richiamare l’attenzione sulla verosimiglianza della storia proposta, per non far calare la tensione a causa della stanchezza. Immaginata la storia, occorre un monologo. Questo è un altro momento molto importante. Qui dovrebbe potersi percepire il grado di coinvolgimento raggiunto dai partecipanti. Sarà invitata una persona tra le migliori nel rappresentare, perché gli altri apprezzino in tutta la sua ricchezza la specialità dell’evento di “conversione” del figlio prodigo. Dopo una prima ottima rappresentazione i partecipanti dovrebbero poter sentire il bisogno acuto di vivere la sensazione di derelizione e prostrazione. Sul ciglio di una strada ci si può trovare spesso ma non sempre è dato a un uomo di raccontarsi nella disperazione. Qui il cuore vuole aprirsi e ascoltarsi, attraverso l’altrui ascolto. Il silenzio in queste rappresentazioni è più prezioso che in altri momenti. La concentrazione deve essere massima. Può aversi una ripetizione numerosa della rappresentazione, anche perché i partecipanti hanno, ciascuno per proprio conto, vissuto fin qui un climax di tensione dialettica che sente di dover avere uno sbocco. Molti saranno interessati a sentirsi giocati fino in fondo, per la prima volta nella loro vita.

N.B. A questo punto può essere opportuna una catechesi sui frutti del peccato (le opere della carne di Gal. 5,19-21) facendo magari scorrere i comandamenti con le loro esigenze e e le conseguenze negative delle trasgressioni.

Il dilemma del ritorno

Può capitare (come per la drammatizzazione del dialogo tra figlio e padre) che qualcuno nel monologo rifiuti la possibilità del ritorno. Come per il diniego paterno a dare i soldi così in questo caso non bisogna paralizzarsi dinanzi all’eventualità. Anzi, questa resistenza ad assecondare la storia gesuana darà la possibilità di introdurre tematicamente il mistero del1a libertà, del peccato e della Grazia: la Grazia non si impone, ma si fa trovare da chi è pronto a riceverla. Potrebbe esserci, in concreto, una difficoltà in qualche partecipante ad accettare l’ancora della salvezza segnata dall’apertura alla possibilità del ritorno. L’animatore può, parlando generalmente e con garbo, mettere in evidenza il problema dell’orgoglio e il possibile collegamento di questa situazione spirituale con “ferite” di ordine psicologico. Qui ci sta un altro invito a schierarsi pro o contro il ritorno. Fomentare il dibattito, con la speranza di far mutare d’avviso i riluttanti alle braccia del padre. Sarà importante e proficuo in questo momento puntare l’attenzione sulla speranza quale condizione costitutiva dell’esistenza. Speranza e fiducia o fede vanno a braccetto. La speranza dovrebbe animare il figlio prodigo ad immaginare la possibilità dell’accoglienza paterna. Una domanda può favorire il guadagno alla fede del figlio ancora ribel1e: “Cosa ci perdi a tentare? Se non provi, non saprai mai se tuo padre ti ama ancora (o di più!…)”. Questa possibilità di “sapere come va a finire” è un punto di forza nell’argomentazione contro i riluttanti: “Hai già perso tutto. Cos’è la dignità in questo caso? Cos’è dunque questo orgoglio che potrebbe privarti della tua unica chance? Forse proprio questa chance può ridarti dignità (o fartela riscoprire, perché forse non l ‘hai mai perduta…)”. Si può sottolineare la leggerezza del trapasso dalle tenebre alla luce: le ali del1a speranza e del1a fede sono leggerissime ma potenti: basta abbandonarsi… Come un figlio, appunto.

F) DRAMMATIZZAZIONE DELL’INCONTRO COL PADRE

La situazione emotiva dei partecipanti

La tensione è cresciuta, anche grazie al dibattito assai profondo e cruciale sul ritorno del figlio prodigo. Adesso occorre che l’animatore tagli il nastro della partenza. Ogni decisione è ormai presa: pro o contro il ritorno. Chi ha deciso di tornare lo fa. Molti avranno il desiderio di vivere la rappresentazione: il desiderio di incontrare il padre, di conoscerne la reazione, è cresciuto. Mai come in questo momento il volto del padre si è fatto più nascosto: scopriamo di non conoscere davvero nostro padre: non siamo in grado di dire con certezza se ci accoglierà. Se qualche partecipante volesse aggiungere qualcosa sul futuro incontro col padre glielo si permetta, perché questo tipo di attesa merita… attenzione. In questo varco tra una decisione unilaterale e l’incertezza della risposta c’è tutta la bellezza delLa fede di un figlio…Si potrà scorgere nella stanza qualcuno che ha già reso la figura del padre: inizierà a tormentarsi non poco sentendo l’attesa di chi vuole incontrarlo e, al cospetto, tutta la propria debolezza e la responsabilità di una…risposta. Essere padri non è meno difficile che essere figli.

Pratica

Anche qui conviene che l’animatore scelga i migliori “attori” o (il che spesso è lo stesso) quelli che più hanno mostrato d’essere stati toccati dall’esperienza della drammatizzazione. Ancora una volta non sapremo se il padre accoglierà o no il figlio. Può capitare che un padre sia “frigido” nei confronti del figlio; o che sia categorico e moralista. Se si verificherà, converrà invitare a fare il padre una persona di animo liberale e sensibile: tutti gli spettatori applaudiranno (o per lo meno accetteranno) questa versione più cordiale dell’incontro (anche chi non si è rivelato un buon padre…). Qui si vedrà quanto la storia gesuana conosca la profondità del cuore umano, oltre le ragioni moralistiche dell’educazione ricevuta o il rigore di una sensibilità repressa.

Un’appendice: se nel gruppo ci fossero persone di diversa età, sarebbe proficuo, a tal proposito, far fare il padre a un giovane e il figlio ad un adulto. Ci saranno sorprese… È bene curare lo spazio temporale che precede l’incontro tra padre e figlio, magari ricordando che il figlio, con vesti logore e smagrito, ha camminato migliaia di chilometri per giungere sotto la grande insegna dell’azienda patema. Dalla finestra un padre ogni giorno getta lo sguardo afflitto sul basso della strada vuota e abitudinaria: ma quella fedeltà di sguardo senza senso alla fine troverà… C’è un cercarsi di padre e figlio oltre ogni consapevole attesa: è il cuore a dettare i movimenti di un corpo apparentemente senza vita. Lì dove accadesse l’abbraccio sarebbe un flusso di emozioni difficilmente contenibile, le lacrime sono assicurate anche per i più duri. Scroscerà l’applauso. Sarà una liberazione per tutti, e una catarsi per il padre moralista. Probabilmente, nonostante la catarsi, il discorso tornerà con obiezioni più garbate ad un perdono troppo facile e poco credibile, si lasci obiettare, è un piccolo prezzo da pagare per una conversione di massa che comunque c’è stata..

G) DRAMMATIZZAZIONE DELL’INCONTRO DEL PADRE COL FIGLIO MAGGIORE

Sembrerebbe che la storia debba finire qui, ma se il tempo lo consente, è auspicabile che così non sia. Nuoce alla comprensione della storia il taglio del fratello “giusto”. Tra quelli che in principio si erano schierati col fratello maggiore potrebbe trovarsi ancora un ostinato oppure qualcuno che, pur conquistato della fede e dal perdono, voglia ancora incontrarsi con un resto di verità irredento, sia il benvenuto per l’ultima rappresentazione. Il figlio maggiore è fuori: nel duplice senso della parola: è fuori della festa e lo è perché è fuori di sé…Forse la vera tragedia è proprio qui. Il padre esce anch’egli fuori (…!) per riconciliarlo a sé e al fratello. Gli ultrà del rigore moralistico si scateneranno a questo punto, vendicandosi dei cuori troppo teneri. Potrebbero riuscire a trascinare nella rissa anche i conciliati col Cielo e col padre… Anche qui, per l’ultima volta, l’animatore dovrà consentire, quasi come arbitro di calcio, lo svolgersi rispettoso del dibattito. Si dovranno ascoltare le ragioni più che giuste del figlio fedele e dare loro tutto il peso che meritano. Non farlo significherebbe celare il mistero della storia: della duplice uscita del padre…

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