Shoah, la storia di Frankl e Levi (Gentes, 01/2008)

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shoah | cvxlms.itShoah, Viktor Frankl e Primo Levi a confronto

Esistono non pochi punti di somiglianza tra il libro di Frankl Uno psicologo nei lager e quello di Levi Se questo è un uomo. Tutti e due sono una descrizione autobiografica di chi durante la Shoah fu prigioniero e sopravvisse ai campi di concentramento. Tutti e due tentano di decifrare il significato dell’essere uomo in quelle condizioni estreme e, in questo tentativo, tutti e due si appoggiano sui principi spirituali dell’Europa: Primo Levi su Dante e sulla mitologia classica, mentre Viktor Frankl sugli scritti di Thomas Mann, Spinoza, Nietzsche, Rilke, Dostojewsky, Lessing, Schopenhauer e Tolstoj. Entrambi cercano di esaminare il genere umano in una prospettiva scientifica, a distanza, e di riferirsi ai campi di concentramento come ad un laboratorio in cui l’uomo trova la sua essenza nelle sue condizioni più estreme.

È facile capire questi punti di somiglianza vedendo sullo sfondo alcuni parallelismi nelle loro biografie. Come abbiamo visto, sia Frankl che Levi provenivano da famiglie ebraiche ben integrate nella società circostante. Entrambi prima d’essere internati conseguirono un’ottima istruzione ed un titolo accademico in campo scientifico. Proprio da queste somiglianze sorge la domanda: com’è possibile che due uomini che hanno in gran misura uno sfondo ed una visione del mondo simile, che hanno vissuto esperienze simili, siano arrivati a conclusioni opposte sull’essenza dell’essere uomo?

Lo studioso americano Timothy Pytell risponde a questa domanda basandosi sulle differenze tra il modo con cui Frankl e Levi vissero l’esperienza della Shoah. Sostiene che, seppur Frankl abbia cercato quasi di nasconderlo, egli rimase ad Auschwitz solo due o tre giorni, contrariamente a Levi il quale vi trascorse ben undici mesi. Pytell scrive che dopo la permanenza di quasi due anni a Theresienstadt, dove i prigionieri erano sottoposti condizioni relativamente più sopportabili di quelle degli altri campi di concentramento, il 19 ottobre 1944 Frankl fu trasferito ad Auschwitz solo per tre giorni, dopodiché fu mandato a Kaufering III, una sezione di Dachau, dove fu impiegato nei lavori di montaggio dei binari ferroviari. L’8 marzo del 1945 fu di nuovo trasferito in un altro campo in cui gli fu permesso di operare come medico, e da lì liberato nell’aprile del 1945.

Pytell sostiene che la ragione principale della differenza delle teorie di Levi e di Frankl deriva dal fatto che non descrivono di per sé la stessa esperienza, e dal fatto che anche se nei campi in cui si trovò Frankl le condizioni fossero molto difficili, questi non fu mai sottoposto alle esperienze di annientamento umano di chi era costretto a vivere ad Auschwitz per quasi un anno, come nel caso di Levi. In un articolo sulla fede nella prova della Shoah, il rabbino Avigdor Heinemann ha cercato di spiegare la differenza tra teorie di Levi e di Frankl richiamando la diversità del loro mondo religioso. Heinemann sostiene che “Levi descrive la vita così come si presenta dinanzi a lui, e non è disposto a vedere ciò che va al di là di essa”. Perciò, nel confrontarsi con un’esperienza impregnata di sofferenza e di umiliazione come quella della Shoah Levi perde il senso del significato della sua esistenza. Nel suo libro Levi non si dedica molto al tema religioso, e pare proprio che l’esperienza di Auschwitz abbia rinforzato il suo essere non credente. Scrive: Oggi io penso che, se non altro per il fatto che una Auschwitz è esistita, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidena (p. 140)”. Invece, per Heinemann, Frankl è un uomo religioso e perciò per lui ogni prova, per quanto difficile come la Shoah, è una sfida religiosa che lo spinge a trovare significati nuovi e più profondi alla sua esistenza.

Sembra comunque che le diversità tra i due siano soprattutto differenze di personalità e biografiche. Frankl affrontò la Shoah da uomo adulto, già sposato, di quasi quarant’anni. Aveva un dottorato, un certo numero di pubblicazioni ed era uno psichiatra attivo. Il tedesco era la sua lingua materna e conosceva bene i nazisti perché l’Austria era stata annessa alla Germania nazista già dal 1938. Perciò il mondo in cui arrivò non gli era completamente estraneo ed inoltre risulta che era un uomo sicuro di sé e profondamente consapevole del proprio valore. Quando, invece, Primo Levi arrivò ad Auschwitz aveva venticinque anni; era un giovane che aveva appena terminato gli studi, timido ed introverso, ed era quasi l’unico italiano in quel miscuglio di popoli e di lingue. La differenza di personalità tra i due si esprime nel modo col quale ciascuno di loro, mentre era ancora nel campo, si raffigurò la maniera in cui sarebbe stato accolto dopo la Shoah. Mentre Frankl si immagina di stare ritto in piedi che fa lezione su una cattedra davanti ad una folla di astanti, Levi vede se stesso respinto dai suoi amici e dai suoi parenti non interessati alle sue storie.

Scarica il numero Shoah di Gentes 01/2008

Sommario

EDITORIALE

Nuovi percorsi, di Massimo Nevola sj

STUDIO

Se questo è un uomo alla ricerca del senso: Viktor Frankl e Primo Levi in Israele, di Sharon Roubach

MISSIONE E SOCIETÀ

Gli scandali, le crisi finanziarie e l’alternativa “sicura” degli istituti etici, di Leonardo Becchetti

Napoli, l’emergenza dei rifiuti e la “monnezza pubblica”, di Domenico Pizzuti sj

Il Priorato Osf e il Magis in un’amicizia da coltivare,

Gli Universitari Costruttori: un’esperienza di volontariato in Italia e in Albania ispirata dai gesuiti, Universitari Costruttori

Intervista al Preposito generale dei Gesuiti, padre Peter-Hans Kolvenbach, alla vigilia della 35a Congregazione della Compagnia di Gesù, di Roberto Piermarini

MAPPAMONDO

VITA LEGA

Capodanno a Sighet, come tradizione vuole…, di Luca Capurro

III DI COPERTINA

La biblioteca di Gentes

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